Curarsi con le piante. Fitoterapia: L’estratto secco, ovvero come difendersi dalle truffe.

Esistono sostanzialmente tre modi di curarsi con delle erbe o delle piante:

  1. utilizzare nella dieta piante specifiche dall’azione terapeutica, magari in ricette costruite apposta per valorizzarne l’effetto;
  2. usare una tisana o un decotto, cioè mettere la materia prima in acqua, filtrare e bere il liquido;
  3. assumere un prodotto basato su quelle piante, ad esempio in polvere (o capsule, o compresse), o in estratto fluido a base alcolica.

Quando andiamo in farmacia o in un negozio del naturale in un paese industrializzato, la forma di gran lunga più diffusa è quella in capsule. Le capsule contengono una polvere ricavata dalla pianta, o dalla miscela di piante riportata in etichetta.

Una cosa di cui dobbiamo essere consapevoli, e che nessun produttore o venditore vi dirà mai è che, mangiando una pianta (o una parte di pianta) polverizzata, solitamente ne assimiliamo veramente poco: dall’1 al 10%.

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Il problema dei prodotti in polvere

Ad esempio: ci hanno detto che la corteccia di salice è un buon antifebbrile, perché contiene l’acido acetilsalicilico (il principio attivo). Andiamo a comprarla, e la troviamo – poniamo – in una confezione da 50 capsule di 400 mg di polvere ciascuna. Se ne prendiamo 10 capsule (equivalenti a 4 g) e ne assimiliamo il 5%, è come se ne avessimo preso solo 200 mg: 20 volte meno di quanto pensiamo. Se mandiamo giù tutta la confezione in una volta sola (corrispondente a 20 g di polvere), riusciremo effettivamente a digerire ed assimilare solo 1 g di prodotto. E non finisce qui.
Quanto acido acetilsalicilico credete sia contenuto in un grammo di corteccia di salice? Dipende dalla specie e da come è avvenuta la raccolta, ma solitamente dall’1 al 5%. Questo valore si chiama titolazione, e si parlerà ad esempio di corteccia di salice titolata in acido acetilsalicilico all’1%.
Se la titolazione è all’1%, l’intera confezione di capsule (20 g)  contiene circa 200 mg di acido acetilsalicilico, di cui (per i problemi che abbiamo detto) solo 10 mg saranno effettivamente assimilati e quindi disponibili all’organismo.

Risultato? Praticamente zero. L’efficacia di questa cura non andrà mai oltre il placebo, se non utilizziamo dosaggi molto, molto più elevati (ad esempio una confezione intera ogni ora).
Ecco perché sembra che una cura a base di piante sia inefficace: una sola pillolina di sintesi contiene cento o mille volte più principio attivo di un’intera scatola di piante in polvere!

Com’è possibile che si mettano in commercio prodotti di così bassa qualità?
Dobbiamo premettere che la specie botanica utilizzata (esistono 160 diversi tipi di salice), il tempo di raccolta, il terreno, l’ambiente, i vari trattamenti possono incidere pesantemente sul contenuto in principio attivo delle piante. Ma tralasciamo questo aspetto.
Per farla semplice, la corteccia viene seccata, pulita, trattata se necessario, polverizzata ed incapsulata. La polvere così ottenuta ha due grossi difetti dal punto di vista dell’efficacia terapeutica:

  • contiene la stessa (bassa) concentrazione di principi della corteccia intera;
  • è scarsamente assimilabile dall’organismo: la maggior parte del suo contenuto (ne abbiamo parlato qui) è costituita da fibre vegetali ed amidi complessi (cellulosa) che sono indigeribili per l’uomo.

Insomma, la quantità di molecole utili è bassa, e quel poco che c’è è nascosto e difficile da estrarre. Un prodotto concepito in questo modo è davvero poco utile in qualsiasi terapia.
Bisognava trovare un modo per liberare i principi attivi dalla gabbia strutturale in cui sono incastrati. Il modo è stato trovato, si chiama estratto secco.
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Le meraviglie dell’estratto secco

Come si produce l’estratto secco di una pianta? La foglia viene polverizzata, immersa in acqua e portata ad ebollizione, finché rilascia le sue sostanze; a questo punto si rimuove dal liquido la materia solida, e lo si fa evaporare lentamente: il residuo secco rimanente contiene soltanto sostanze assimilabili (ad esclusione delle parti volatili, come gli oli essenziali, che sono evaporate) e pressoché nessuno scarto.
Naturalmente potete immaginare che per ottenere l’estratto secco bisogna impiegare una grande quantità di materia prima, soprattutto se si tratta di parti  molto acquose come le foglie: per produrre un grammo di estratto secco in certi casi è necessario arrivare ad utilizzare fino a 100 (!) grammi di materia prima (a seconda della sostanza di partenza).
L’estratto secco è, quindi, la concentrazione – molto pura – delle sostanze assimilabili di una pianta o parte di pianta. Al contrario delle polveri micronizzate, l’estratto secco è quindi biodisponibile al 100%, e contiene oltre il 98% di sostanza assimilabile.

Per avere un’idea concreta della differenza rispetto alla polvere comunemente impiegata nelle capsule, se 1 g di un certo estratto secco deriva da 100 g di materia prima, significa che 1 capsula di estratto secco equivale a 100 (cento!) capsule di polvere di quella materia prima. A questo punto basta leggere in etichetta la titolazione rispetto al principio attivo che ci interessa, e saremo sicuri che sarà tutto assimilabile.
Ci sono però altri due trucchetti cui fanno ricorso i produttori e venditori.
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Non fatevi imbrogliare!

Come in tutti i processi produttivi, c’è modo e modo di produrre un estratto secco. Si parla dunque di estratto secco di prima qualità per individuare un prodotto ben fatto e che funzioni davvero. In un estratto secco di prima qualità tutto il principio attivo in titolazione è biodisponibile, cioè funziona nell’organismo.

È evidente che 1 g di estratto secco costa molto di più della semplice polvere. La maggior parte dei produttori, per abbassare i costi, produce capsule con una miscela di polvere ed estratto secco.  A volte, a causa di lacune legislative, non è neanche facile capire esattamente cosa ci sia nella capsula. Ricordate però che la sola parte efficace è quella in estratto secco, il resto è… segatura.
Vi riporto questo esempio da un’etichetta reale:

Rusco (Ruscus aculeatus) 61 mg radice estratto secco liofilizzato e polvere titolato in ruscogenine totali 4,75%

Qui il produttore fa una furbata: non solo non dichiara quanto di quel rusco sia in estratto secco e quanto in polvere, ma induce chi legge a credere che nella capsula ci siano 2,9 mg di ruscogenine disponibili (il 4,75% di 61 mg), mentre è effettivamente assimilabile solo la frazione in estratto secco (la cui quantità non è dichiarata: potrebbe essercene un solo milligrammo).

Consiglio finale: se desiderate utilizzare farmaci fitologici, controllate che il produttore dichiari di far uso esclusivamente di estratto secco di prima qualità puro al 100%. Se il prodotto è in capsule, meglio se dichiara di utilizzare opercoli (capsule) in gelatina vegetale e non animale (ci torneremo).
Non lasciatevi incantare da qualsiasi discorso il venditore possa utilizzare per cercare di giustificare un prodotto fatto diversamente da così: sorridete, salutate, ed anche in questo caso… allontanatevi con calma. Ma non dategli i vostri soldi, e soprattutto non prendete quelle capsule!

Image courtesy revistarx.com.br
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2 Responses to Curarsi con le piante. Fitoterapia: L’estratto secco, ovvero come difendersi dalle truffe.

  1. Romano PALLANCH says:

    BEN FATTO E CHIARO!

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