Credo che i temi legati alla nutrizione (e con questo intendo ciò che noi stessi mangiamo) siano tra i più dibattuti e controversi. Nei paesi dove il tasso di benessere è elevato, il nostro pensiero sul cibo sembra un campo di battaglia, dove il Piacere e il Dovere, il Bene e il Male combattono una guerra senza fine dalla quale, inutile dirlo, usciamo solitamente malconci. La maggior parte degli individui del mondo industrializzato sembra comportarsi col cibo come se il desiderio fosse una vergogna, e il piacere un vizio; e come se la scelta di cosa sia opportuno di volta in volta mangiare o evitare fosse sempre sorvegliata dall’alto da una sorta di dio arcigno, pronto a bacchettarci quando contravveniamo alle sue regole.
I believe that issues related to nutrition (and by that I mean what we ourselves eat) are among the most debated and controversial.
In countries where the standard of living is high, our thoughts about food look like a battlefield where pleasure and duty, good and bad are fighting an endless war, from which we are usually left beaten.
Regarding food, most people in the industrialized world seem to act as if desire were shameful, and pleasure some kind of shortcoming. They behave as though the decision on what is occasionally appropriate and what should be avoided were monitored from above by a sort of god, ready to strike if its rules are broken.
Ich glaube, dass die Themen, die mit der Ernährung zu tun haben (und damit meine ich das, was wir selbst essen), unter den meist debattierten und umstrittensten sind. In den Ländern, in denen die Wohlstandsquote hoch ist, gleichen unsere Gedanken über das Essen einem Schlachtfeld, auf dem Gefallen und Müssen, das Gute und das Schlechte einen Krieg ohne Ende austragen, aus dem wir – unnötig, es zu sagen – normalerweise mit schlechtem Gewissen herauskommen. Der größte Teil der Individuen in der industrialisierten Welt scheint sich dem Essen gegenüber zu verhalten, als sei die Lust eine Schande und das Gefallen ein Laster; und als ob die Entscheidung, was von Mal zu Mal angebracht sei, zu essen oder zu meiden, aus der Höhe von einer Art mürrischem Gott überwacht würde, der immer bereit ist, uns auf die Finger zu schlagen, wenn wir seinen Regeln zuwiderhandeln. Le ragioni di queste problematicità sono tante: la semplificazione (ignoranza) dei concetti relativi alla fisiologia umana; la colpevolizzazione del piacere e del desiderio; la difficoltà per alcuni di sentirsi (come in realtà non possono che essere) i soli protagonisti e responsabili delle proprie scelte; e, non ultimi, il senso di colpa e di paura indotti – soprattutto in certi paesi – dai mass media (riviste di wellness e di fitness, trasmissioni televisive…); e le mode salutistiche del momento, che seguono spesso strategie di marketing lobbistiche e scelte merceologiche fatte altrove. Ecco che in un certo periodo il latte diventa un alimento vitale, mentre in un altro è lo yogurt ad essere indispensabile; oppure, di colpo, ci viene detto che “il cervello ha bisogno di zucchero” (pubblicità del consorzio di produttori dello zucchero da cucina)… potrei andare avanti per diecine di pagine. Queste “campagne di sensibilizzazione” nei paesi industrializzati le vediamo tutti, continuamente. È importante essere consapevoli che la maggior parte di ciò che crediamo di scegliere nella nostra quotidianità è stato solitamente deciso da altri: certi alimenti in certi paesi non arrivano, per precise scelte commerciali; altri sono disponibili ma solo provenienti da una certa fonte. Ad un certo punto il salmone norvegese invade i mercati di una certa nazione, e non c’è verso di trovare un salmone del Baltico neanche a pagarlo il doppio. Oggi, tutta la soia in commercio appartiene solo a tre ceppi geneticamente modificati, tutti gli altri sono stati esclusi dai mercati mondiali… L’elenco delle casistiche e degli esempi potrebbe essere infinito. D’altra parte, parlare di problemi di ipernutrizione, di eccessi alimentari e di patologie connesse può suonare blasfemo alle orecchie di chi vive in posti dove il problema è riuscire a mettere assieme il pranzo con la cena, o far sopravvivere tutti i propri figli. Mi rendo conto che non è facile dare consigli alimentari su un sito che viene letto, potenzialmente, da tutto il mondo: la genetica, le tradizioni culturali, le abitudini, la disponibilità locale di certi alimenti, i mercati, sono tutti elementi critici e dovrebbero essere presi in considerazione uno ad uno, regione per regione, operando i dovuti distinguo. Si tratta di un compito, evidentemente, fuori dalla portata di un semplice sito di informazione. In questa sede mi limiterò dunque a riferirmi ad un individuo caucasico, con abitudini quali quelle che si possono riscontrare in Europa o nel nord dell’America e che abbia accesso ai mercati corrispondenti. Non che quanto andrò scrivendo non possa essere utile affatto a persone che si trovino fuori dagli àmbiti appena indicati: anzi, la maggior parte delle considerazioni che farò è probabilmente applicabile alla maggior parte degli esseri umani. Cercherò di fare attenzione a riferirmi a concetti il più possibile universali, e di specificare di volta in volta quando, palesemente, non sia questo il caso. Va da sé che ad un inuit che si nutre esclusivamente di pesce e foca da cento generazioni non è opportuno consigliare la cosiddetta dieta mediterranea, né ad un siriano di mangiare pesce 5 volte a settimana, o patate tutti i giorni. Cercate quindi di valutare quanto andremo dicendo cum grano salis, per dirla alla latina. Vedrete che qualcosa di interessante salterà comunque fuori :)
Image Courtesy chedonna.it
The reasons behind this problematic behaviour are many: The simplification (ignorance) of concepts related to human physiology, the scapegoating of pleasure and desire, the difficulty for some to face being the only person accountable for their choices, and, last but not least, the guilt and fear that is induced, especially in some countries, by the mass media (magazines, wellness and fitness, television …), and the health trends of the moment that often follow marketing strategies of the merchandise choices made elsewhere. So in a certain period, milk is a vital food, while in another it is yogurt that becomes indispensable. Or, suddenly, we are told that “the brain needs sugar (advertising of the producers of cooking sugar) … I could go on for pages.
These “campaigns” are seen all the time in industrialized countries. It is important to be aware that most of what we choose in our daily lives is usually decided by others. Certain foods are not available in some countries for precise commercial choices. Others are available only from a certain source. At some point, Norwegian salmon invades the markets of a certain nation, and there’s no way to find a Baltic salmon even if one is willing to pay double. Today, all of the soy product on the market belongs to only three genetically modified strains, all others have been excluded from world markets. The list of case studies and examples could be endless.
On the other hand, discussing problems of hyper-nutrition, excesses of food and related diseases may sound blasphemous to the ears of those who live in places where the problem is being able to make ends meet, or keep their children alive.
I realize that it is not easy to give dietary advice on a site that is potentially read all over the world. Genetic and cultural customs, the local availability of certain foods, and the market are all critical elements and should be considered one by one, region by region, operating the necessary distinctions. This is a task clearly beyond the reach of a simple information website. Here I limit myself to refer to an individual caucasian, with habits likely to be found in Europe or in North America and who has access to relevant markets.
Not that what I will be writing has no relevance at all to people who find themselves outside the spheres just mentioned: in fact, the majority of the considerations I make are probably applicable to most human beings. I’ll try to be careful to refer to concepts as universal as possible, and to specify from time to time when this is not the case.
Needless to say, it is inappropriate to advise the so-called Mediterranean diet to an Inuit who eats only fish and seal for a hundred generations, as it would be to advise a Syrian to eat fish five times a week, or potatoes every day. Try to take what we will say here with a grain of salt. You’ll find that you’ll get something interesting out of it anyway:)
[Translated from Italian by Hayley Egan]
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Die Günde für diese Problematik sind zahlreich: die Vereinfachung (Unkenntnis) der Konzepte bezüglich der menschlichen Physiologie; die Verteufelung von Gefallen und Lust; die Schwierigkeit für manche, sich (wie sie in Wirklichkeit gar nichts anderes sein können) als einzige Protagonisten und Verantwortliche für ihre Entscheidungen zu fühlen; und nicht zuletzt die Schuld- und Angstgefühle, die – besonders in bestimmten Ländern – von den Massenmedien erregt werden (Wellness- und Fitnesszeitschriften, Fernsehsendungen…); und die Moden des Augenblicks im Gesundheitsbereich, die oft lobbyistische Marketingstrategien und warenkundlichen Entscheidungen folgen, die anderswo gemacht werden. Das ist also, warum eine Zeitlang Milch zum lebensnotwendigen Nahrungsmittel wird, während es ein andermal der Joghurt ist, der unentbehrlich ist; oder uns wird auf einmal gesagt, dass „das Gehirn Zucker braucht“ (Werbung des Consorzio Di Produttori Dello Zucchero Da Cucina[1])… ich könnte einige dutzend Seiten lang so weitermachen. Diese „Sensibilisierungskampagnen“ in den industrialisierten Ländern sehen wir alle, ständig. Es ist wichtig, sich bewusst zu machen, dass der größte Teil von dem, was wir glauben, in unserem Alltag zu wählen, normalerweise von anderen bestimmt wird: Bestimmte Nahrungsmittel kommen in bestimmten Ländern nicht an, aus präzisen gewerblichen Gründen; andere stehen zur Verfügung, doch nur aus einer bestimmten Quelle. Zu einem bestimmten Punkt kommt norwegischer Lachs auf den Markt einer bestimmten Nation und es ist unmöglich, Lachs aus dem Baltikum zu finden, auch wenn man das Doppelte bezahlen würde. Heutzutage gehört alles Soja im Handel nur drei Stämmen an, die genetisch manipuliert sind, alle anderen Sojaarten wurden von den Weltmärkten ausgeschlossen… Die Liste der Statistiken und der Beispiele wäre unendlich. Auf der anderen Seite könnte es in den Ohren dessen blasphemisch klingen, über Probleme der Überernährung zu reden, über Lebensmittelexzesse und über damit zusammenhängende Krankheiten, der an einem Ort lebt, wo das Problem darin besteht, wenigstens einmal am Tag etwas zu essen zu haben oder seine Kinder zu ernähren. Ich bin mir bewusst, dass es nicht einfach ist, auf einer Webpage Ratschläge zur Ernährung zu geben, die potenziell von überall auf der Welt gelesen wird: Die Genetik, die kulturellen Traditionen, die Gewohnheiten, die örtliche Verfügbarkeit bestimmter Nahrungsmittel, die Märkte sind alles kritische Elemente und sollten eines nach dem anderen in Betracht gezogen werden, Region für Region, indem man die Unterschiede nicht aus dem Blick verliert. Es handelt sich ganz offensichtlich um eine Aufgabe, die über das Vermögen einer einfachen Informationsseite hinausgeht. In dieser Ausgabe werde ich mich also darauf beschränken, mich auf ein kaukasisches Individuum zu beziehen, mit Gewohnheiten gleich denen, die man in Europa oder in Nordamerika finden kann, und das Zugang zu den entsprechenden Märkten hat. Es ist nicht so, als ob das, was ich schreiben werde, für Personen, die sich außerhalb der eben angegebenen Bereiche befinden überhaupt nicht nützlich sein könne: Im Gegenteil, der größte Teil der Überlegungen, die ich anstellen werde, ist wahrscheinlich auf den größten Teil der menschlichen Wesen anwendbar. Ich werde versuchen, aufzupassen und mich auf die möglichst universellsten Konzepte zu beziehen, und dann von Mal zu Mal spezifizieren, wenn sie das augenscheinlich nicht sind. Es versteht sich von selbst, dass es nicht angebracht ist, einem Inuit, der sich seit hundert Generationen ausschließlich von Fisch und Robben ernährt, die sogenannte mediterrane Diät zu empfehlen, noch einem Syrier, fünfmal pro Woche Fisch oder jeden Tag Kartoffeln zu essen. Versucht also, das, was wir hier sagen werden, cum grano salis auszuwerten, um es auf Latein zu sagen. Ihr werdet sehen, etwas Interessantes wird auf jeden Fall dabei herauskommen :)
[1][wörtl.: Vereinigung der Produzenten von Haushaltszucker; Gruppe aller italienischen Zuckerproduzenten, Monopolträger; Anm. d. Übers.]
ins Deutsche übersetzt von Elisabeth Becker Bild mit freundlicher Genehmigung von chedonna.it