“teorici”: i corridori che vanno più forte sono quelli che spingono molto ed a lungo consumando poco, cioè quelli che – a parità di velocità − hanno un consumo energetico più basso degli avversari. Non deve stupirci, quindi, vedere gli atleti anche di alta qualificazione correre con stili molto variegati.
Va anche detto che certi atleti sono dotati di una classe così alta che riescono a correre forte
Dorandi Pietri taglia il traguardo della maratona nelle Olimpiadi di Londra del 1908: una delle immagini più famose della storia dello sport.
Conoscete l’espressione inglese no pain, no gain? Credo sia molto famosa anche al di fuori dei Paesi anglosassoni. Significa più o meno “non c’è miglioramento senza sofferenza”. Nel corso dei decenni e di traverso alle culture questo adagio è stato declinato in tutte le possibili forme, arrivando ad assumere significati molto lontani dall’intenzione originaria, fino a trasformarsi in una sindrome psicologica piuttosto seria: lasindrome npng.
La sindrome npng è una malattia mentale; le sue radici si trovano in tutte le civiltà conosciute, ed oggi questa sindrome è diffusa a livello mondiale e si applica – ahimè – a tutti gli àmbiti del vivere. Chi soffre della sindrome npng è patologicamente convinto che non si possono fare progressi reali in una disciplina se non c’è stata sofferenza nello studio, o nell’allenamento.
Nell’attività atletica, tanto in allenamento quanto in gara, è sempre necessario essere in grado di quantificare l’intensità del lavoro; si tratta di un concetto chiave, alla base della programmazione degli allenamenti; ci serve inoltre a capire se stiamo migliorando o no, e può suggerirci in che direzione muoverci.
Negli esercizi o sforzi brevi e intensi (una serie di piegamenti, sollevare pesi, uno sprint, un salto o una serie di balzi…) l’intensità è data dal numero di movimenti (ripetizioni) che si fanno, dalla quantità di pesi che si muovono o dai metri che si percorrono in un certo tempo. Nelle pratiche più lunghe (saltare alla corda, fare una serie di addominali di 10′, correre per parecchie centinaia o migliaia di metri, fare una ripresa di 3′ al sacco o una serie lunga di tecniche di combattimento con un partner), dove la percentuale di potenza aerobica implicata è notevole, per la stima dell’intensità del lavorodiventa significativa la frequenza cardiaca.Significativa vuol dire chemaggiore è la rilevanza aerobica del lavoro svolto, più possiamo considerare la frequenza cardiaca direttamente proporzionata allo sforzo e quindi utilizzarla come parametro di misura dell’intensità.
Sgombriamo il campo dai dubbi: il concetto di attività aerobica non è legato alla ginnastica aerobica di Jane Fonda (la quale, a 73 anni suonati, propone quest’anno un corso di aerobica per anziani) e delle sue emule e discendenti più di quanto sia legato alla corsa, al ciclismo, al nuoto su lunghe distanze ed a mille altre attività.
Il termine aerobico, in questa accezione, si riferisce piuttosto ai meccanismi biochimici che l’organismo utilizza prevalentemente per produrre l’energia che utilizza per la sua attività; vi ricordo che abbiamo parlato a fondo di tali meccanismi in una serie di articoli che ha avuto inizio qui.
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